Natural Computing

 

 

 

 

 

Studi e Ricerche

Introduzione

In questa sezione si trovano degli accenni ad alcuni campi di ricerca di cui mi sono occupato in passato. Sono lavori svolti in un periodo che va dal 1989 al 1998, dunque è bene contestualizzare i contenuti e alcune delle idee elaborate nel periodo storico nel quale si sono sviluppate.

Oggi, in un contesto radicalmente diverso, molte cose sono cambiate dunque mi sento abbastanza distante dalle impostazioni epistemologiche che hanno guidato alcune di quelle indagini. Al di là dei limiti della prospettiva costruttivista nelle indagini sul "Chi", peraltro evidenti già dalla sua fondazione (Terry Winograd, Fernando Flores "Understanding Computers and Cognition: A New Foundation for Design" 1986 - Ablex Publ Corp), ritengo che alcune metodologie offerte dalle scienze della complessità e della natural computation siano utili ancora oggi, purchè si sia consapevoli dei limiti e dell'ambito in cui è lecito ed utile impiegarle, in questo mi riconosco abbastanza nella prospettiva suggerita da Jean Petitot e dalla sua scuola.

L'essere si rivela e si attualizza, in ogni istante, in un corpo incarnato ed è quindi inevitabile dover fare i conti con le dinamiche e gli eventi emergenti nei substrati fisici. Oggi più che mai non è pensabile una psicologia che non sia in grado di confrontarsi con le neuroscienze.

In un articolo della Barrett et All. “The Experience of Emotion”, dedicato alla esperienza emotiva, si legge:

“knowing about brain activity (or, at another level of analysis, mental processes) alone will not provide a full scientific account of emotion experience. The job of science is to work out the “bridging laws” that link different levels of analysis.” 1

Ora, di quale natura debbano essere queste “bridging laws“ è una questione, mi sembra, per niente scontata di fronte alla quale trovo piuttosto inadeguati alcuni tentativi impostati alla maniera del primo emergentismo, quello del “british emergentism” , unica forma di emergenza di fatto ancora perseguita dalla psicologia 3 e dalle scienze mediche.

Sarebbe il caso qui appena di ricordare come si apre il primo capitolo di Essere e Tempo. Heidegger ci ricorda che il problema è quello  dell'«essere», una ricerca che ha ispirato il pensie­ro di Platone e Aristotele non tanto in sé, quanto come l'occasione di una vera ricerca.

La nostra condizione di esistenza è un essere-nel-mondo caratterizzato da una continua apertura a sé e all’altro, un essere-nel-mondo che, mentre trova in questa apertura il fondamento del suo esser-ci (alterità come costitutiva della identità), si manifesta e si attualizza anche in base alle sue scelte e alla sue decisioni.

La problematica per me più evidente nel dialogo tra l'impostazione fenomenologica e la prospettiva naturalista assume le forme di un problema di integrazione tra il “chi” e il “che cosa”.

Nell’ambito della prospettiva fenomenologica siamo portati a riconoscere e seguire una logica di tipo generativo che, a partire da isole di significati vissuti, sia in grado di dispiegare arcipelaghi di senso. Il movimento, la dinamica del pensiero, segue qui la logica della vita: è intrinsecamente instabile, generativa, centrifuga, dal centro verso l’esterno, come avviene in un ovulo fecondato, si rivolge al “chi”.

Nella prospettiva naturalista delle neuroscienze ci si rivolge al “che cosa“. Ad esempio si parte da una collezione di strutture e centri nervosi e si tenta poi di articolarli in modo centripeto (dall’esterno verso l’interno) in sistemi di diversa complessità nel tentativo di recuperare una qualche organizzazione tra parti capace di restituire la complessità sottesa al fenomeno indagato. La logica qui è esattamente opposta: è simile a quella di un orologiaio che tenta di ricostruire un meccanismo e la sua logica di esistenza a partire dai suoi costituenti. 4

Ci si può fare una idea di come si procede nelle neuroscienze seguendo questo intervento di Vilayanur Ramachandran. Il neuroscienziato spiega nel video come i danni al cervello possono rivelare connessioni fra tessuto cerebrale e mente umana:

A partire da queste posizioni, ontologicamente così diverse, ogni tentativo di approdare a un quadro globale coerente è destinato ad incontrare difficoltà di fondo notevoli. Una parte di queste difficoltà e contraddizioni sono chiaramente emerse nella raccolta di lavori dedicati alla Neurofenomenologia, ai diversi tentativi di naturalizzare la fenomenologia. 5

Nella prospettiva fenomenologica, cercando di recuperare l’essere, il metodo non può che essere storico ed ermeneutico. L’identità recuperata qui è quella narrativa, una identità che va ri-costruita e recuperata continuamente perché il tempo stesso si dischiude dall’incontro continuo e infinito tra sé e il mondo.

Nella prospettiva naturalista l’essere viene reificato. Il metodo qui cambia radicalmente e l’esigenza di modelli generativi formali diventa fondamentale. Per usare un esempio ripreso da Thom (matematico, e padre fondatore della teoria delle catastrofi):

“Se i corpi pesanti cadono a terra, ciò può avvenire sia perché hanno la tendenza a dirigersi verso il loro luogo naturale – il centro della terra – sia perché sono soggetti al potenziale V=gz  (z altezza, g costante di gravità). Le due spiegazioni sono entrambe verbali nello stesso modo, la seconda ha il solo vantaggio di essere quantitativamente più precisa.” 6

... potremmo aggiungere che quando a cadere non è un corpo pesante qualsiasi ma quello di un essere umano l’evento si complica in modo (è il caso di dirlo) “catastrofico”, in tutti i sensi.

Degni di nota, in questa prospettiva, sono le riflessioni e i lavori compiuti da Jean Petitot-Cocorda 7, oltre alla raccolta di articoli che lo stesso René Thom ha dedicato nel tempo allo studio della morfologia del semiotico 8 .

Nessuna fenomenologia si rivela a prescindere da un qualche principio di individuazione. Il problema della individuazione, la formalizzazione dei principi stessi di esistenza di un ente, di una unità che riconosciamo come “viva”, dotata di senso e significato, prima ancora delle sue infinite possibilità di attualizzarsi e a prescindere dai substrati stessi della sua manifestazione, è un problema solo apparentemente lontano dalla psicologia.

Il problema in sostanza è comprendere come si può partire dalla catena ininterrotta di differenze, sulla quale sembra costruirsi l’incontro tra sé e il mondo, e arrivare a un senso stabile di sé.

Nella prospettiva fenomenologica si distingue l’esistenza di un ente, il suo Dasein, dalla sua essenza, la totalità dei suoi aspetti e qualità. L’impostazione materialista classica, la stessa seguita di fatto nella prospettiva naturalista, ha sempre sostenuto, più o meno esplicitamente, che l’esistenza debba precedere  l’essenza. Questa impostazione può essere una ipotesi di lavoro ammissibile ma certo non l’unica e, di fatto, del tutto arbitraria, una eredità della tradizione galileiana-newtoniana che ha dichiarato e sostenuto il primato della forza sulla forma e che non ha mai cessato di condizionare tutte le scienze e il pensiero.

Una via di indagine possibile e degna di nota è quella impostata da René Thom e ripresa da Jean Petitot (vedi il suo "Per un Nuovo Illuminismo") quando affermano:

“… non vi è alcuna ragione per pensare che la forza abbia, in linea di principio, uno statuto ontologico più profondo di quello della forma.” 9

Il loro approccio tenta di restituire un ruolo primario alla forma cercando di modellizzare il passaggio dagli archetipi locali, indipendenti dai substrati, alla loro integrazione in strutture globali stabili. Questa impostazione, restituendo uno statuto ontologico alla forma, si avvicina moltissimo alle idee direttrici della fenomenologia e rappresenta forse una possibilità reale nella ricerca di quelle “bridging laws“ alle quali fa riferimento la Barret, purchè si tenga presente che

“… qui il pensiero deve girare attorno a una totalità, un pensiero che, naturalmente, non potrà mai regolarsi su una «logica» che abbia come sua misura l’incontradditorietà.10

 

Contenuti della sezione

La sezione dedicata alle ricerche non è del tutto completa ed i link riportati nel menù qui a lato verranno attivati man mano che si renderanno disponibili gli articoli ed i materiali relativi.

Gi articoli presentati sono principalmente appunti, in parte stralciati da lavori fatti in passato, che ho pensato di condividere sulla rete. Alcuni argomenti sono accompagnati da codice di esempio, esperimenti fatti ecc... E' possibile scaricare documenti, codice sorgente, gli eseguibili (se disponibili) e la documentazione citata nello spazio contestuale di ogni articolo caricato oppure nella pagina dei Download dal menù principale in alto.

C'è stato un periodo nel quale si è tentato di approdare a nuovi modi di concepire e pensare gli spazi ed i tempi del cambiamento attaverso lo studio delle dinamiche implicate nei processi di transizione tra ordine e chaos. Il progetto GenAgents, sviluppato attraverso agenti artificiali, rappresenta un tentativo di studio dell'evoluzione di dinamiche e comportamenti cooperativi attraverso l'impiego di metodologie derivate dalle scienze computazionali e, in particolare, dalla natural computing.

Il progetto GenAgents mi ha portato a sviluppare una simulazione con agenti artificiali ed algoritmi genetici di una società virtuale [vedi la voce "Agenti Artificiali " del menù qui a sinistra]. Le implicazioni sottese al progetto coinvolgono diverse discipline, dalla fisica dei sistemi complessi alla teoria dei giochi (giochi non cooperativi, equilibri di Nash ecc...), dalla sociologia delle reti e dei comportamenti cooperativi alla teoria della razionalità limitata di Simon.

Puoi scaricare il software di simulazione dalla pagina dedicata al progetto (vedi "Agenti Artificiali" nel menù a sinistra").

Per visionare una sessione sperimentale e vedere l'ambiente di simulazione in azione puoi fare click qui

L'introduzione al progetto GenAgents e la versione installabile dell'ambiente di simulazione sono scaricabili dalla pagina stessa di presentazione del progetto.


Riferimenti bibliografici